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Milena Agus
nottetempo
Mal di pietre, mal d'amore - oltre lo spazio e il tempo
Il secondo bellissimo romanzo di Milena Agus
Con il suo secondo romanzo Mal di pietre Milena Agus conferma il successo di critica e pubblico ottenuto con la sua prova d’esordio Mentre dorme il pescecane, pubblicato sempre dalla piccola casa editrice romana Nottetempo nel 2005.
La forza della scrittura della Agus è data dalla semplicità del suo narrare, dalla limpidezza di descrizioni, personaggi e atmosfere.
La potenza delle poche pagine di Mal di pietre è lì, in ogni singola parola, per esplodere poi in quelle dialettali, che a sprazzi compaiono nel testo sottoforma di proverbi, modi di dire, esclamazioni: sciollorio, mischinedda, addolumeu, leggixedda. Parole-cose quelle di Milena Agus, per una scrittura così immediata che non occorre portare le cose alla lingua né viceversa: le cose sono, semplici, nella lingua.
Il paesaggio che prende forma è quello unico e fantastico della Sardegna. La scenografia è in particolare quella di Cagliari, di vento maestrale e mare brillante. La terra sotto i piedi della nonna protagonista, raccontata attraverso la ricostruzione della nipote, voce narrante, quando non crolla, è terra antica, di chiacchiere e dolori, di lavoro e amori, di amori sfuggiti, cercati, immaginati.
Di mal d’amore, più che di mal di pietre, ovvero calcoli renali, è affetta la nonna. Ecco perché deve andare alle terme: per curarsi dal male e sperare così di riuscire ad avere dei figli. Manca “la cosa principale”: sposata ad un uomo che non ama e che non la ama. Dopo aver fatto fuggire una serie di presunti pretendenti nella sua giovinezza, a causa di appassionate lettere d’amore che le erano costate l’accusa di “follia amorosa” e la conseguente solitudine forzata, le autolesioni e situazioni ancora più estreme, si ritrova ora, a causa di un debito da saldare, a dormire al fianco di uno sconosciuto. E pur di non sfiorarlo, è sempre ben attenta ad occupare la propria sponda del letto, col rischio di cadere. Poi invece la decisione: assecondare ogni fantasia erotica del marito, e così per lui sarà geisha, serva, cagna e diventerà così brava che lui non avrà più bisogno di andare nelle Case Chiuse.
L’amore invece, quello vero, forse, che le dà la forza di cominciare a vivere, e la pace e la salute, li trova grazie al Reduce, alle terme. Grazie a lui soltanto. Con lui, così misterioso e distinto, pianista, di gran cultura e dolcissimo, nonna stringe un legame così intenso, di segreti, confidenze, passeggiate (e…), tanto da volergli donare il proprio quadernetto dei segreti come regalo d'addio.
Ma “Il Reduce fu un attimo e la vita di nonna tante altre cose”: ancora moglie fedele ma mai felice; finalmente madre, di un figlio solo; lavoratrice, di nascosto, per comprare un pianoforte al figlio (che diventerà pianista di fama internazionale); sarà suocera-mamma; nonna presente e sempre bellissima.
È proprio fino al presente della nipote che ci conduce la Agus, non prima di aver attraversato un pezzo d’Italia: Milano “grandissima, altissima, coi palazzi massicci, decorati in modo sontuoso, bellissima, grigia, nebbiosa, tanto traffico, il cielo a pezzetti fra i rami spogli degli alberi… la gente fitta con le facce nei baveri dei cappotti, dentro un’aria di pioggia”; una breve sosta a Genova, nella casa del Reduce che “aveva un giardino con tanti alberi di fichi, ortensie, violette, un pollaio… e nelle notti d’estate c’erano tante lucciole che lui sua madre se la ricordava così”, per poi tornare in patria: siamo a Gavoi, “un paese bellissimo, in montagna… Da certi punti del paese vedi il lago di Gusana, che cambia colore tante volte al giorno passando dal rosa al celeste cenere, al rosso, al viola”.
S’impone la dimensione spaziale, che sembra delineare una cartografia dell’anima. I posti geografici, si affiancano, a tratti, ai luoghi della nostalgia (che è semplicemente “una cosa triste , ma anche un po’ felice”), a quelli della fantasia, a quelli della pazzia, forse, così delicati cummenti su nènniri. E i confini si confondono: come il mare col cielo all’orizzonte. I contorni non sono mai ben delineati: come cose e persone in una fotografia fissata nella mente.
di Marta Mazza
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