Edoardo Nesi è nato a Prato nel 1964. Tre romanzi alle spalle, ha debuttato quest'anno come regista per la Fandango (presso cui è anche traduttore) nel film tratto dal proprio omonimo esordio letterario "Fughe da fermo". La trilogia, proseguita con "Ride con gli Angeli" e "Rebecca", ha avuto per protagonisti i fratelli Federico, Romano e Rebecca Carpini di Prato. A ottobre uscirà per Bompiani il suo nuovo libro "Figli delle stelle", un romanzo sui valori, le idee e il mondo dei trentenni di oggi
a cura di Tiziana Lo Porto
Al di là dei pregiudizio che potresti aver subito in questa tua metamorfosi da scrittore-traduttore a regista, da dove nasce i
Al di là dei pregiudizi che potresti avere incontrato in questa tua metamorfosi da scrittore-traduttore a regista, da dove nasce il desiderio di trasformare un ‘proprio’ libro in un film? E' il sintomo di una crisi di insufficienza della parola?
No, è che la parola è semplicemente il miglior mezzo per suggerire le immagini, e un modo di scrivere personale darà nascita a un film personale. E’ stata questa l’idea alla base della decisione di Domenico Procacci di produrre "Fughe da fermo".
Non hai mai avvertito nella tua produzione letteraria il pericolo di riscrivere sempre la stessa storia? Questo eterno ritorno è da attribuire a un senso cronico di incompletezza o a cos’altro?
In un certo senso si scrive sempre la stessa storia, e il senso cronico di incompletezza sono molto contento di avvertirlo. E’ che nella vita, per esempio, le storie non finiscono mai così seccamente come nei libri. Si trascinano per anni, si trasformano in ricordi, continuano a stare con noi, spesso tormentandoci. Chiudere una storia, finirla, è un atto di arroganza intellettuale. E’ il segno dello scrittore, dell’Autore. E io non voglio esserlo. Poi naturalmente c’è il discorso di quale sia l’ambiente ideale per le cose che vuoi scrivere, chi siano le persone che racconti meglio, e allora cerchi di stare lì con loro, di provare a raccontarli per bene.
Hai dato vita, con la saga di famiglia sviluppata in "Fughe da Fermo", "Ride con gli angeli" e "Rebecca", a un microcosmo quasi snobbato dalla letteratura dominante e diventato ora politicamente molto attuale: si può parlare di intuizione, onestà intellettuale o cos’altro?
Mah… se prima di Berlusconi non si poteva raccontare la borghesia senza metterne in luce la pigrizia politica, ora è necessario raccontare l’identificazione collettiva della borghesia italiana con un miliardario, l’innegabile storia d’amore tra milioni di pensionati, casalinghe, artigiani e l’uomo più ricco d’Italia. E quando Berlusconi canta l’Inno di Forza Italia in Piazza Duomo a Milano e la piazza intera canta con lui versi tipo "Abbiamo tutti un fuoco dentro al cuore, un cuore grande che, sincero e libero, batte forte per te, Forza Italia con noi", quando accade un’enormità come questa non ci si può limitare alla satira, bisogna fare di più, sforzarsi di capire.
Cosa rappresentano per te la provincia e le sue dinamiche?
Una palestra ideale per ogni giovane scrittore o artista o cineasta in erba perché non ci sono gradini intermedi tra te e la grandezza a cui ispirarsi. Se si vive a Roma o a Milano si verrà prima in contatto con il mito romano o milanese che con il mito mondiale. E’ necessario essere liberi in un deserto culturale, credo.
Che tipo di rapporto hai con i tuoi personaggi?
Mi parlano spesso. Ogni tanto ne vedo qualcuno. Forse mi tormentano.
E’ stato traumatico il passaggio dalla scrittura alla regia?
No, è stato fantastico. Un grande senso di libertà. Vedere i tuoi personaggi diventare reali, muoversi, parlare… è stato un grande privilegio poter fare il regista almeno una volta nella vita.